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Il Territorio

Il Territorio (6)

Domenica, 29 Giugno 2014 15:59

Famiglia de Sangro

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Quella dei de Sangro è una tra le più antiche ed illustri famiglie del Meridione e tradizione vuole discenda da Carlo Magno. Lo stemma della famiglia, infatti, è quello dei discendenti dei duchi di Borgogna, che fondevano le stirpi carolingia, longobarda e normanna. Legatissima al potente Ordine Benedettino, la Casa de Sangro vanterà, oltre ad abati ed altissimi prelati, anche i santi Oderisio, Bernardo e Rosalia.

La tradizione, invece, li fa discendere da Berengario, dal quale derivò Bernardo Francesco, venuto in Italia al seguito di Ugone, duca di Aquitania. Nel IX secolo, scesero in Italia e si stabilirono perlopiù negli Abruzzi, ove riuscirono a conquistare e, quindi, a governare diversi feudi e contee, assumendo il titolo di “Conti dei Marsi”.

All’inizio del 1500, ottennero il titolo di marchesi, alla fine dello stesso secolo divennero duchi e pochi anni dopo questo titolo acquisirono, anche, quello di principi, governando, il loro vastissimo impero in maniera tirannica, dispotica e violenta.

Nelle dinastie italiane, specie per le più antiche, è sempre stato un vanto rivendicare l’ascendenza straniera, specie francese o tedesca, ma in molti casi anche inglese, polacca, etc. Ciò che è certo è che i de Sangro, professando la legge longobarda, non potevano provenire dall’Italia Settentrionale e, quindi, non avevano origini né francesi, né tedesche o germaniche, come la maggior parte delle casate campano-abruzzesi di quell’epoca.

I de Sangro, che anticamente apparivano in molte scritture con il cognome “de Sanguine”, erano investiti di diversi titoli, tra i quali signore di Belmonte, duca di Torremaggiore e principe di San Severo, barone di Bugnara (dal quale discesero i baroni di Casignano e Toritto, i duchi di Vietri, i duchi di Casacalendra, i principi di Viaggiano, i principi di Fondi, i marchesi di S. Lucido, i duchi di Sangro, i duchi di Martina Franca). Tra le altre cose, i de Sangro vengono ricordati anche come Grandi di Spagna.
 

Nel loro albero genealogico sono presenti personaggi famosi e significativi, quali:

Simone I, morto nel 1168 circa, fu il primo a fregiarsi di questo cognome che deriva dal possesso di Castel di Sangro.
Simone II che, nei primi decenni del 1300, investito del titolo di signore di Bugnara e maresciallo del Regno, conquistò con la forza i beni appartenenti alla casa dei Signori di Altamura e saccheggiò quanto posseduto dagli ecclesiastici abruzzesi.
Placido de Sangro, vissuto nel 1500, legò il proprio nome al tentativo di introdurre a Napoli il Tribunale dell’Inquisizione.


 

 

Raimondo de Sangro, esperto di arte, di scienze, di strategie militari e di letteratura, è sicuramente uno dei personaggi più emblematici e misteriosi della storia, intorno alla cui vita si raccontano numerose leggende.

 

 

 

 

Michele de Sangro (1824 – 1891), XI e ultimo principe di Sansevero, destinò, dopo la sua morte, tutto il suo enorme patrimonio ad opere di pubblica utilità, delegando ai Comuni (in particolare San Severo e Torremaggiore, dove i suoi feudi erano più cospicui) il compito di promuovere il progresso e la prosperità dell’economia, soprattutto agricola, servendosi delle rendite fondiarie. Fu la sua compagna, Elisa Croghan, ad attuare le disposizioni testamentarie.

 

 

Domenica, 29 Giugno 2014 15:36

Torremaggiore

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Le origini di Torremaggiore risalgono al X secolo, quando il casale, con il nome di Terrae Maioris era uno dei feudi della ricca e antica Abbazia Benedettina di S. Pietro.

Il passaggio sotto il dominio di Federico II di Svevia segna l’inizio del periodo di decadenza dell’abbazia, che si vide spogliata di tutti i suoi beni. Con la morte del “Puer Apuliae” avvenuta a Castel Fiorentino il 13 dicembre del 1250, fu teatro di lotte tra papato e impero che portarono alla distruzione della stessa città medievale, Dragonara e altri borghi minori e all’esodo della popolazione superstite verso Torremaggiore, dove diede vita all’attuale “Vecchio borgo di S. Nicola di Mira”. L’episodio viene ricordato ogni anno attraverso il “Corteo Storico di Fiorentino”, quando viene rievocato il trasferimento degli abitanti dalla distrutta Fiorentino al Castello di Torremaggiore.

I de Sangro segnano la storia di questo paese, sia sociale che politica: furono violenti e autoritari e ridussero la popolazione in schiavitù, gravando con tasse e gabelle sulla già povera economia del paese. Di tutti gli esponenti di questa nobile famiglia che regnarono su Torremaggiore solo tre si distinsero per la loro magnanimità e per aver contribuito allo sviluppo socio-economico-ambientale della cittadina: donna Violante, vissuta intorno al 1500; don Raimondo, settimo Principe di Sansevero (nato proprio nel Castello della città nel 1710 e divenuto presto famoso sia come scienziato che come alchimista, sia per la sua brillante intelligenza che per l’alone di mistero che avvolge i suoi macabri esperimenti divenuti leggenda); don Michele, che, prima di morire, lasciò tutti i suoi beni alla comunità.

MONUMENTI PRINCIPALI

Santuario di Maria SS., edificata nel XVI secolo dai de Sangro, è denominatadella Fontana, poiché sorgeva vicino ad una antica Fonte di cui non rimane alcuna traccia. Originariamente era dedicata alla Madonna dell’Arco. La costruzione è stata vistosamente ristrutturata nel corso dei secoli (a partire dai rifacimenti ordinati dal duca Gian Francesco di Sangro nel XVI secolo) fino ad acquisire l’attuale aspetto neoromanico.

Chiesa Matrice di San Nicola, fondata dai profughi provenienti da Fiorentino e Dragonara nel XIII secolo è la parrocchia più antica. Ricostruita interamente dopo il terremoto del 1627, è l’unica chiesa della città ad avere tre navate. Ricca di cappelle gentilizie, di cui la più importante è quella del Rosario (collegata al Palazzo Ducale da un passaggio sotterraneo) e di numerose opere artistiche: tele, affreschi, lapidi funerarie, il coro ligneo e la statua di San Nicola risalente al 1600.

Castello Ducale, dimora storica dei duchi de Sangro, ampliato nel corso del tempo a partire dall’originaria torre normanna, è caratterizzato da sei torri, quattro circolari e due quadrate. Il piano centrale (ex Corpo di Guardia) ospita la mostra archeologica dei reperti di Fiorentino. Nelle sue stanze nacque anche il principe Raimondo e nel suo fossato la famiglia feudataria realizzò degli impianti per la molitura delle olive “peranzane”, che loro stessi importarono dalla Borgogna. Nelle sue stanze la tradizione vuole che i duchi applicassero lo “Ius primae noctis”.

Chiesa di Santa Maria della Strada è la seconda parrocchia storica, edificata nella prima metà del XVI secolo. All’interno della Chiesa sono custoditi la statua di San Sabino, Vescovo di Canosa e patrono principale della città, e l’antico Battistero del 1600.

 

 

Domenica, 29 Giugno 2014 15:35

San Severo

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L’origine della città di San Severo, capitale del Barocco pugliese insieme a Lecce e Martina Franca e “città dei campanili”, pare sia legata all’arrivo dell’eroe greco Diomede in terra dauna. Troverebbe origine in questo periodo il nome di Castrum Drionis (Casteldrione), poi Castellum Sancti Severini intorno all’anno Mille. Grazie alla sua posizione strategica fu sede di mercanti veneti, fiorentini, saraceni ed ebrei. Fu soggetta a diverse egemonie: dagli abati benedettini all’imperatore Federico II, dai templari ai monarchi aragonesi. Nel 1579 divenne feudo nel duca Gian Francesco de Sangro che assunse il titolo di Principe di Sansevero. Nel Settecento la città rifiorì in spirito barocco dalle macerie del terremoto del 1627 e vide sorgere diverse costruzioni: monasteri dei celestini, francescani e delle benedettine, numerose Chiese e palazzi nobiliari e borghesi. È in questo periodo che nasce il centro storico cittadino attorno al quale si è poi sviluppata la moderna San Severo. Un centro storico con strade in basola ed edifici che ne fanno uno scrigno a cielo aperto del Barocco pugliese.

Chiese, palazzi e non solo. Il “ventre” di San Severo pullula di cantine sempre del ‘700 resesi necessarie per lo sviluppo in zona della viticoltura. Ogni edificio o casa di agricoltore possedeva la sua cantina con botti in rovere e propri impianti per la vinificazione. Di San Severo erano lo scrittore Nino Casiglio e il fumettista Andrea Pazienza.

La città di San Severo deve la sua fama anche ai vini DOC, soprattutto bianchi, ma anche rossi e rosati, ottenuti dalle uve dei vitigni autoctoni bombino, trebbiano e montepulciano. Una produzione sempre sempre più di qualità, con le etichette delle aziende locali che raccolgono consensi e riconoscimenti ai più importanti Saloni espositivi, tra cui il Vinitaly di Verona.

MONUMENTI PRINCIPALI

Cattedrale, risale all’XI secolo con il nome di Santa Maria in Strada. Dal 1757 è stata dedicata all’Assunzione di Maria Santissima ed ospita, tra gli altri, i simulacri di San Rocco, dell’Assunta e di San Severo vescovo.

Santuario Santa Maria del Soccorso, ex Convento degli Agostiniani, risale XII – XIII secolo ed era dedicata a San Pietro. Nel 1514 fu ceduta ai Padri agostiniani che introdussero il culto per la Madonna del Soccorso. Nel 1957 divenne anche Santuario Mariano.

Chiesa di San Severino, monumento nazionale e chiesa più antica della città, è dedicata a uno dei patroni della città. Demolita nel XIII secolo, è stata ricostruita utilizzando i mattoni del palazzo dell’imperatore Federico II che si trovava alla periferia di San Severo.

Chiesa di San Lorenzo, costruita accanto ad un monastero benedettino alla fine del ‘700, è uno degli esempi più rappresentativi dello stile religioso tardo barocco che si diffuse nel Meridione.

Chiesa di San Nicola, è una delle più antiche chiese di San Severo, attiva già nel XII secolo. Distrutta del terremoto fu ricostruita e ampliata in perfetto stile barocco.

Palazzo di città, ex monastero della SS. Trinità (dei Celestini), esistente già nel XIV secolo, ospitò i monaci Celestini fino al 1627 quando il terremoto distrusse gran parte del complesso monastico. Ricostruita completamente nel XVIII secolo divenne sede municipale.

Museo Civico, allocato nell’ex Convento Francescano insieme alla Biblioteca Comunale e all’archivio storico, ospita l’esposizione permanete del patrimonio archeologico degli “Antichi abitatori della Daunia” a partire dall’era paleolitica. Ospita anche la mostra permanente Geo-Paleontologica dell’area garganica.

Museo Diocesano, ospitato nel sotterraneo del secentesco Palazzo del Seminario, comprende numerosi reperti (quali ostensori, candelabri, frammenti di affreschi, reliquiari, vestigia) in oro, argento e pietre preziose, per la maggior parte realizzati secondo la tradizione della Scuola Napoletana.

Biblioteca civica, situata al pianterreno di Palazzo San Francesco e intitolata all’umanista e stampatore sanseverese Alessandro Minuziano (il Gutenberg italiano al servizio degli Sforza di Milano), vanta un patrimonio librario di circa novantamila volumi e un prestigioso fondo antico, con rarissimi incunaboli e numerosi testi risalenti al Cinquecento, Seicento e Settecento di grande valore.

Teatro comunale “Giuseppe Verdi”, realizzato sul suolo dell’orto del Monastero delle Benedettine, fu inaugurato nel 1937. Nel ’75 fu intitolato a Giuseppe Verdi ed è ancora oggi tra i più grandi teatri della Penisola.

 

Domenica, 29 Giugno 2014 15:34

Lucera

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È la più antica città della Capitanata, fondata da Lacero, figlio di Dauno II. Il suo nome ha origine etrusca, dalle parole Luc = bosco ed eri = sacro: pare, infatti, che il territorio su cui sorge la città si trovasse in prossimità di un bosco sacro. Fu un’importante colonia romana, ebbe leggi, magistrati ed una sua moneta e, durante l’Impero di Costantino, fu addirittura nominata capoluogo della provincia d’Apulia. Di quest’epoca conserva ancora i resti di un maestoso anfiteatro dedicato a Cesare Augusto, utilizzato fino agli anni ‘30 come cava. Nel periodo medievale divenne un centro di rilevanza strategica per il dominio del territorio, prima da parte dei Normanni, poi degli Svevi ed infine degli Angioini. Si deve a Federico II la costruzione del palatium, un castello che comprendeva il palazzo reale, la zecca, la caserma ed abitazioni per duecento saraceni, intorno al quale sorse in seguito la fortezza angioina. Fu proprio Carlo II d‘Angiò, nel 1300, a restituire alla città un volto cattolico, contribuendo allo sterminio dei Saraceni e trasformando la grande moschea nella Cattedrale dell’Assunta, i magazzini mussulmani nella chiesa di San Domenico e un harem in quella di Sant’Antonio Abate. Fino all’Ottocento, Lucera ha vantato il primato di “capitale culturale” della regione, grazie agli antichi monumenti, chiese e conventi, agli eleganti palazzi nobiliari e agli edifici storici. Oggi a dare splendore alla città si sono aggiunti anche il Museo Civico “Fiorelli”, il Teatro “Garibaldi” e la Biblioteca “Bonghi”.

MONUMENTI PRINCIPALI

Cattedrale, dedicata a Santa Maria, patrona di Lucera, fu realizzata su iniziativa di Carlo II d’Angiò nel 1300, anno del primo giubileo della storia. Contiene l’antica statua lignea “Madonna col bambino” raffigurante la Santa patrona. L’altere maggiore, composto da sei capitelli che sorreggono una lastra in pietra, si fa risalire alla mensa di Federico II trasportata, nel Seicento,  da Castel Fiorentino.

Museo Diocesano, sorge nell’ala principale del Palazzo vescovile e custodisce preziosi cimeli e reliquie. Nei pregevoli interni del palazzo sono annesse anche la Pinacoteca vescovile e l’Archivio.

Anfiteatro, risalente all’epoca augustea, è un eccezionale monumento testimonianza dell’architettura romanica. La struttura, perfettamente conservata, consente al visitatore di immergersi nell’atmosfera degli spettacoli gladiatori che ospitava.

Fortezza Svevo – Angioina, sorta intorno all’originario Palatium, fatto edificare da Federico II, è circoscritta dalle mura munite di 24 torri, alcune quadrangolari, altre poligonali e due circolari (della Leonessa e del Leone).

Domenica, 29 Giugno 2014 15:33

Apricena

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Situata a 10 km da San Severo, la cittadina trae origine nel VII-VIII secolo a.C. da Uriate, dopo l’invasione del Gargano da parte degli Illiri, come testimoniato dai numerosi reperti rinvenuti in particolari sepolture sia nel territorio circostante che nella stessa città di Apricena. Il suo nome viene fatta risalire a Federico II di Svevia che, nell’aprile del 1225, nella domus che qui aveva edificato, organizzò una cena con i suoi baroni dopo una battuta di caccia. In quell’occasione venne chiamata Apricena (apri = del cinghiale ecoena = la cena). Lo stemma del Comune è, infatti, rappresentato da un cinghiale in campo azzurro ferito da una freccia nel fianco sinistro. È proprio sotto gli Svevi che Apricena ha vissuto il momento di massimo splendore, grazie anche alla sua elezione a terra del demanio dell’imperatore da parte di Federico II che così la liberò dalle servitù. Con la morte di Manfredi, figlio di Federico II, Apricena, come tutto il Mezzogiorno, passò sotto la dominazione degli Angioini e successivamente degli Aragonesi.

Famosa per i pregiati marmi e le sue ricche cave di pietra (è il secondo bacino estrattivo nazionale dopo Carrara), ha dato i natali al cantastorie Matteo Salvatore, uno dei più conosciuti folk singer italiani.

MONUMENTI PRINCIPALI

Palazzo Baronale, di forma quadrilatera, con caratteristiche di castello. È stato edificato nel 1658 sui resti della domus federiciana distrutta dal terremoto, di cui conserva ancora qualche traccia. Attigua al palazzo vi è una torre (forse quella dell’antica chiesa di San Martino) detta Torre dell’Orologio.

Santuario di S.Maria Incoronata,compatrona di Apricena insieme a San Michele Arcangelo. Edificata sull’antico monastero Santo Spirito in Guelfignano, accoglie una effige lignea della Madonna di Loreto che, secondo la tradizione, nel 1868 mosse ripetutamente gli occhi dinanzi ad una gran folla di fedeli.

Chiesa Madre, ossia Chiesa Matrice dei Santi Martino e Lucia, edificata nel 1628 sulle rovine della chiesa di Santa Lucia, distrutta, insieme a quella di San Martino, dal terremoto del 1627. Soggetta nel corso degli anni a numerosi rifacimenti e restauri, subì una radicale trasformazione agli inizi degli anni ‘70 per adattarsi alle nuove norme del Concilio Vaticano II

Convento Benedettino di San Giovanni in Piano, sorge a nord-ovest della città all’estremità delle Murge. Fondato nel 1050 da Petronio, conte di Lesina, è stato dedicato a San Giovanni Battista. Benedettino fino al 1280, il monastero passò poi ai Celestini, ordine nato da una riforma della regola monastica di san Benedetto, che contribuirono alla sua rinascita, restaurandolo e recuperandone i beni sottratti durante i frequenti saccheggi.

Selva della Rocca (o Madonna della Rocca), situata a circa 5 Km dalla città, è stata edificata tra l’VIII e il IX secolo ad opera dei monaci benedettini poco dopo il loro insediamento nel territorio apricenese e completamente restaurato e ampliato dai cavalieri teutonici nell’XI secolo. Lasciato in abbandono durante le due guerre mondiali, oggi non vi restano che i ruderi.

 

Sabato, 28 Giugno 2014 12:44

Il Territorio

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Patrimonio rurale

E’ noto che la bellezza di un territorio dipende oltre che da fattori naturali anche dall’opera dell’agricoltore che lo ha modificato, coltivando specie che hanno dato vita ad un’immagine rurale di riconosciuta bellezza. La formazione del paesaggio, tuttavia, oltre che una conseguenza indiretta dell’uso agricolo del territorio, può riguardare anche la gestione diretta della vegetazione negli spazi non produttivi.

Negli ultimi decenni, il paesaggio agrario è andato progressivamente mutando e molte delle caratteristiche strutturali e funzionali tipiche dell’agroecosistema tradizionale o dell’agricoltura promiscua sono state cancellate dal territorio. Le caratteristiche salienti dell’agroecosistema tradizionale riguardavano aziende agrarie diversificate per la presenza di colature in rotazione o consociare e di allevamenti del bestiame, con campi coltivati più piccoli e separati spesso dalla presenza di siepi o di altre strutture vegetazionali; in situazioni di pendio, il territorio veniva sistemato con terrazzamenti o ciglionamenti, capaci di interferire positivamente con il ciclo dell’acqua, aumentando l’infiltrazione e riducendo lo scorrimento superficiale e quindi l’erosione del suolo e la perdita di fertilità.

Oggi le aziende sono diventate più specializzate o nel settore delle coltivazioni o in quello dell’allevamento del bestiame, con forte tendenza alla riduzione delle colture in favore di avvicendamenti destinati alle produzioni più redditizie in rapporto alla situazione di mercato e ai sussidi previsti dalla politica agraria. Il risultato sul paesaggio agrario è stato quello del cambiamento dalle eterogeneità (policoltura) all’uniformità (monocoltura e monosuccessione), con un appiattimento estetico sensibile e una perdita di sostenibilità notevole per l’accentuarsi dell’apertura dei cicli biogeochimici nell’agroecosistema, l’aumento dell’impatto ambientale negativo dovuto all’eutrofizzazione e all’inquinamento delle acque e alle susseguenti implicazioni sulle catene alimentari e quindi sulla salute dell’agroecosistema.

Il degrado del paesaggio rurale ha irrimediabilmente portato ad una riduzione della flora e della fauna nelle campagne, e con essa è venuta meno una importante funzione estetica e protettiva dell’ambiente con l’ulteriore rottura dell’equilibrio dell’ecosistema.

Tuttavia, l’Alto Tavoliere presenta una forte caratterizzazione rurale ereditata dal passato quando il territorio era circondato da boschi i cui feudatari erano soliti praticarvi la caccia.

I Prodotti tipici

Nel settore agroalimentare l’Alto Tavoliere è rappresentato dalla forte caratterizzazione delle produzioni tipiche che possono apportare un elevato valore aggiunto soprattutto a fronte di un crescente interesse, a livello mondiale, per i prodotti della “dieta Mediterranea”.

Tra le produzioni tipiche di qualità sono state riconosciute a livello comunitario numerose elaborazioni culinarie che hanno ottenuto il marchio DOP, IGT, DOC quali:

Il Canestrato pugliese DOP (o pecorino Dauno)

E’ un formaggio a pasta dura cruda ottenuto da latte intero di pecora di razza gentile di Puglia, che deve il suo nome alla secolare tecnica di stagionatura che avviene all’interno di canestri di giunco chiamati “fiscelle”, uno dei prodotti più tradizionali  degli artigiani locali.

Si produce in un periodo stagionale che va da dicembre a maggio, periodo questo legato alla transumanza dei greggi dagli Abruzzi alle piane del Tavoliere Pugliese. Il sapore, più delicato nel fresco e più intenso in quello a stagionatura prolungata, è deciso e lievemente piccante. Il suo sapore deriva oltre che dal tipo di pascolo e dal latte, principalmente dal caglio di agnello essiccato e con molta cura conservato con bucce secche di aranci, limoni e foglie di ortica.

 

 

Mozzarella di bufala DOP Campana

L’area di produzione della DOP Campana, per la Regione Puglia, è localizzata anche nei Comuni di Lesina, Poggio Imperiale, Torremaggiore e Apricena e riguarda in particolare la famosa “treccia”. Elementi di tipicità di questo formaggio fresco a pasta filata, sono soprattutto costituiti dalla materia prima impiegata, il latte fresco di bufala, particolarmente ricco in grasso e proteine, e dalla filatura. Operazione, quest’ultima, consistente nel lavorare a mano la pasta del formaggio a fine maturazione con acqua bollente fino a farla “filare”, in modo da ottenere la particolare consistenza del prodotto finale ed il caratteristico “bouquet”, determinato dalla microflora particolare che si sviluppa durante le varie fasi della lavorazione. Segue poi la formatura, che in molti caseifici si esegue ancora a mano con la tradizionale “mozzatura”, che il casaro effettua con il pollice e l’indice della mano. Le mozzarelle così prodotte vengono poi lasciate raffreddare in vasche contenenti acqua fredda e infine salate. La crosta è sottilissima e di colore bianco porcellanato, mentre la pasta non presenta occhiature ed è leggermente elastica nelle prime otto-dieci ore dalla produzione, e poi sempre più fondente.

Caciocavallo Silano Dop


Formaggio conosciuto fin dai tempi della Magna Grecia, storicamente prodotto in prevalenza nei territori di diffusione delle razze bovine autoctone del meridione d'Italia. L'etimologia della denominazione "Caciocavallo Silano" deriva dal nome dell'altopiano della Sila, nome che è prevalso per lunga consuetudine nell'area di produzione e nei mercati di consumo, ma tale caciocavallo è prodotto anche nei comuni dell’Alto Tavoliere ed in particolare ad Apricena e San Paolo Civitate. Il nome Caciocavallo deriva dalla consolidata tecnica di stagionatura del prodotto che viene posto, legato a coppie, "a cavallo" di un sostegno.
Il "Caciocavallo silano" è un formaggio semiduro a pasta filata prodotto esclusivamente con latte di vacca intero proveniente da allevamenti ubicati nella zona di produzione prevista dal disciplinare.. Ha pasta omogenea, compatta con lievissima occhiatura, di colore bianco o giallo paglierino più intenso all'esterno e meno carico all'interno. Ha sapore aromatico, piacevole, fusibile in bocca, normalmente delicato e tendenzialmente dolce quando il formaggio è giovane, fino a divenire piccante a maturazione avanzata.



Il Vino Puglia IGT

Il Puglia Igt è prodotto nelle versioni:
-  bianco (anche nelle tipologie frizzante e passito);
- rosso (anche nelle tipologie frizzante, passito e novello);
- rosato (anche nella tipologia frizzante).
La zona di produzione delle uve per l'ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con l'indicazione geografica tipica «Puglia» comprende i territori amministrativi delle province di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce, Taranto della regione Puglia.
A ciascuna sottomenzione indicata in etichetta del Puglia Igt corrisponde il vitigno principale ed omonimo che ne ha offerto le uve (nel limite minimo dell’85%) per la produzione, mentre per il restante 15% possono concorrere le uve espressamente autorizzate.
Differenti, per tipologia di vino, le gradazioni alcoliche minime da rispettare all’atto del consumo per il Puglia Igt:
- per il bianco è 10,0%;
- per il rosso 10,5%;
- per il rosato 10,0%;
- per il novello 11,0%;
- per il frizzante 9%.

L’Olio extravergine DOP Dauno

Nel territorio foggiano, a seconda della zona e della composizione varietale si identificano 4 menzioni differenti di olio: Basso Tavoliere, Gargano, Alto Tavoliere, Sub Appennino. L'antica vocazione olivicola della zona è comprovata dal temine Daunia con cui i romani indicavano l'attuale territorio in provincia di Foggia da cui l'origine del nome.

L’intera area di riferimento del Gal ricade nella zona di produzione del DOP sottozona Alto Tavoliere.

La tipologia d’olio dell’Alto Tavoliere è ottenuta per l’80% dalla varietà d’oliva Peranzana e a differenza delle altre tipologie ha un profumo fruttato con note erbaceo-floreali e un sapore amaro/piccante. Si addice a pinzimoni, insalate, bruschette, oppure a piatti decisi sia a crudo sia in cottura.

 

Il San Severo DOC

Viene prodotto nei territori dei comuni di San Severo, Torremaggiore, San Paolo di Civitate e parte dei comuni di Apricena, Poggio Imperiale e Lesina, zona di produzione di vini e territorio di antica tradizione enologica, già delimitato con un decreto ministeriale del 1932. Nella cittadina di San Severo ogni anno a fine settembre viene organizzata la sagra dell’uva e del vino di San Severo, tappa obbligatoria per gli intenditori del vino di qualità.

Prodotto nelle tipologie del Bianco, Rosso e Rosato il San Severo DOC prende il nome dall’omonimo comune e si ottiene da uve provenienti da vitigni di Bombino, Trebbiano toscano, Malvasia e Verdeca per il Bianco e da uve provenienti da Montepulciano di Abruzzo e Sangiovese per il Rosso e Rosato. È disponibile anche nella tipologia spumante secco preparato in stabilimenti siti nelle province di Foggia e Bari. Si tratta di un vino da pasto che si associa bene ai primi piatti e  a secondi di carne, è disponibile tutto l’anno.

Il vino Daunia IGT

Dal disciplinare di produzione relativo al riconoscimento della indicazione geografica tipica dei vini Daunia si evince che la zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con l’indicazione geografica tipica «Daunia» comprende l’intero territorio amministrativo della provincia di Foggia, inoltre tale marchio è riservato ai vini bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito; rossi, anche nelle tipologie frizzante, passito e novello; rosati, anche nella tipologia frizzante.

Sull’etichetta Daunia Igt è posta l’indicazione del vitigno che concorre alla sua produzione per almeno l’85% mentre le uve dei vitigni raccomandati ed autorizzati possono concorrere nella misura massima del 15%.

Al momento del consumo, il livello alcolico presente nei vini Daunia Igt deve essere:
- per il novello, per i rossi e i rosati almeno pari a 11°;

- per il bianco almeno 10,5°;

- per il passito si adotta la normativa vigente.

Tra le produzioni tipiche su cui l’area dell’Alto Tavoliere può contare, di cui la maggior parte sono riportate nell’elenco dei prodotti tradizionali delle Regione Puglia approvati con Decreto Ministeriali dal MIPAF, si ricordano:

Pane e prodotti da forno

Il Comune con il Consorzio pane di San Severo, recentemente ha avviato le procedure per il riconoscimento della DOP Pane di San Severo. Il Pane di San Severo è conosciuto e apprezzato per il suo gusto particolare ed inconfondibile che deriva dalle speciali varietà di grano coltivati in territorio altamente vocati.

Si prepara con un impasto di farina, acqua, sale, olio e divieti naturali. Proprio questi ultimi, insieme alla particolare cottura in forni a legna, dona al pane della Daunia caratteristiche uniche, apprezzabili a tavola in accompagnamento a carne, pesce, formaggi, salumi, ecc.

Lievemente passato sulla brace, il Pane di San Severo, condito con l’olio extravergine, un pizzico di sale e, volendo, uno spicchio d’aglio, assume una particolare fragranza tipica della “bruschetta pugliese”.

Oltre al pane altri prodotti da forno tipici  della tradizione dell‘Alto Tavoliere sono i taralli con seme di finocchio ed i poporati.

Il tarallo con seme di finocchio è ottenuto da un impasto di acqua, farina, sale, olio, vino e semi di finocchio. Prima di essere infornato viene passato in acqua bollente, per ottenere una maggiore fragranza, aromaticità e gusto. Ottimo come antipasto, aperitivo e stuzzichini, si può consumare da solo o abbinato a vini bianchi, rosati e rossi pugliesi.

Il poporato è un tarallo nero ottenuto dall’impasto di farina, acqua, sale, cioccolato, cannella e mostocotto. Proprio quest’ultimo dona al prodotto un gusto unico e caratteristico che si apprezza prevalentemente a fine pasto come dessert, abbinato a vini passiti.

Torcinelli 

Involtino di frattaglie di carne d’agnello o capretto (fegato, cuore, polmone, milza etc.) avvolti con membrana peritoneale e tenuti stretti con intestini. Forma cilindrica (2-3 cm di diametro e 8-12 cm di lunghezza). La carne lavata con acqua e sale e poi con acqua e limone è successivamente aromatizzata con prezzemolo, sale, pepe prima di essere avvolta nella membrana. Si consumano arrostiti alla brace.

 

 

 

 

Scapece di Lesina

  Prodotto tradizionale a base di anguilla, caratteristico della provincia di Foggia e in particolare di Lesina.

 In queste terre l’abitudine di mangiare anguille è radicata nel tempo. Per questo tipo di pesca, i pescatori, costretti a rimanere da ottobre a gennaio vicino alle proprie paranze, usavano costruirsi i propri “pagiar” ovvero dei pagliai e sfruttavano parte delle anguille pescate per la propria alimentazione quotidiana. Non molto si sa, invece, circa l’origine di questo pesce, così come sconosciuto rimane il loro albero genealogico da cui l’impossibilità di riprodurle geneticamente. Vengono dal Mar dei Sargassi, nell’Atlantico occidentale, dove a mille metri di profondità hanno deposto le uova. Il loro viaggio verso l’Europa, e il Mediterraneo in generale, dura anche 3 anni. Dai canali Acquarotta e Schiapparo entrano nella laguna di Lesina dove si pescano quando raggiungono la lunghezza di 20, 25 centimetri.

E’ una conserva sotto aceto a base di tranci di anguilla che preferibilmente si consuma dopo alcuni giorni di maturazione. Le anguille lavate, tagliate in pezzi di 6-8 cm, vengono infarinate e fritte in olio bollente, quindi conservate sott’aceto in barattoli di vetro.

 

Salicornia

 Si tratta di una pianta spontanea, carnosa e salmastra, alta fino a 50 cm, che cresce in mezzo agli scogli e nelle zone umide del litorale garganico. La si ritrova spesso nei medesimi luoghi dove s’incontra anche il finocchio marino.

Questo "asparago del mare" e' preparato sott'olio secondo un'antica ricetta secondo la quale le radici e le parti più legnose della pianta, vengono tagliate, lavate delicatamente e lessate per qualche minuto in acqua e aceto. Dopo essersi raffreddate, la parte carnosa dei rami viene sfilata dall'anima dura, quindi sistemata in vasetti di vetro, condita con olio e prezzemolo e coperta da olio extravergine d'oliva.  Prodotto unico e particolare, la Salicornia viene gustata come antipasto o contorno ai piatti della tradizione mediterranea. Ottima come antipasto con limone e scagliette di parmigiano.

 

 

Peranzana da mensa e da olio

Anticamente la varietà Peranzana in Italia era coltivata nella sola zona di Torremaggiore, San Severo e San Paolo di Civitate. Probabilmente è stata importata dai Principi de Sangro che, sotto i Borboni, possedevano un feudo che comprendeva proprio questa zona. Si pensa che il nome "Peranzana" sia una deformazione dialettale del nome "Provenzale" ovvero proveniente dalla Provenza, infatti è possibile che i Principi De Sangro siano discendenti o imparentati con i duchi di Borgogna, visto che il loro stemma è identico a quello della suddetta famiglia francese. Ancora oggi questa varietà e concentrata soprattutto nei tre comuni indicati prima, basta spostarsi al vicino Gargano o anche ad alcuni comuni confinati come Serracapriola per trovare coltivazioni con caratteristiche molto diverse.

La Peranzana è molto ricercata per la sua duplice attitudine a produrre olive per il consumo diretto e per l'olio di oliva extravergine pugliese di pregiata qualità, dalle inconfondibili caratteristiche sensoriali, dal profumo fruttato e dal sapore dolce. In genere possiede una resa in olio più bassa delle altre sorelle pugliesi ma l'olio che se ne ottiene ha un più alto contenuto di clorofilla e carotene e presenta un tempo di irrancidimento più lungo.

Come oliva da mensa è nota da tempo nei mercati regionali e nazionali per la sua appetibilità organolettica e per la versatilità nelle diverse destinazioni gastronomiche grazie all’ottimale consistenza della sua polpa e al gusto dolce ed equilibrato a cui si associa un evidente retrogusto di pomodoro acerbo.

Oltre alla produzione principale da mensa la stessa è destinata alla preparazione di numerose tipicità: aperitivi a base di olive intere e condite/farcite, patè di olive nere e verdi, creme e salse, condimento nei primi piatti e nei secondi, per sughi pronti, insalate ecc.

Cicerchia

Già utilizzata dagli Antichi Romani (cicercula), la Cicerchia Bianca Gigante di San Paolo di Civitate si differenzia dalle altre varietà presenti in Italia per la sua naturale grandezza, il colore chiaro, la facilità nella cottura, il gusto unico ed armonico.

La cicerchia ( Lathyrus sativus L.) è un’antica leguminosa da granella simile alla pianta dei ceci, più rustica, coltivata quasi sempre in terreni marginali con scarso livello di tecnica colturale, resiste alla siccità ed alle basse temperature.

Ormai difficilmente reperibile, viene coltivata solamente in alcune zone dell'Italia centrale in quantità ridotta ed in Puglia si può trovare nella zona dell’alto Tavoliere della Daunia particolarmente nei fondi circostanti il comune San Paolo di Civitate I semi sono cuneiformi, angolosi, di colore biancastro, marrone-grigiastro o giallo crema. Prima della cottura necessita di un lungo periodo di ammollo.

 

Bottarga di cefalo

Battarica o tareca (bottarga di cefali di Lesina)
Il termine avrebbe ascendenza araba, da “butarih” (uova di pesce salato), e sarebbe da rapportare con il greco “tarichos” (salagione, pesce salato). La Bottarga indica una preparazione ottenuta con le sacche ovariche del pesce. Questo prodotto di antichissima origine, fu forse diffuso nel Mediterraneo addirittura dai Fenici. Si tratta d’uova di muggine (in particolare Mugil cephalus) che vengono sottoposte a salatura, pressatura, e successivamente lasciate essiccare per un periodo che può raggiungere i quattro o cinque mesi.

Prodotta in varie regioni italiane come la Sardegna, dove negli stagni salmastri interni i cefali sono abbondantissimi, o la Puglia, Toscana, Calabria e Sicilia. Si trova sottoforma di "baffe" intere, più costose, costituite dalle sacche ovariche integre, oppure in polvere. È stato per secoli un alimento molto costoso, che si potevano permettere solo i ricchi: era. infatti, oggetto di dono e merce di scambio molto importante. Oggi il suo costo non è proibitivo, anche se le bottarghe più pregiate non sono propriamente a buon mercato.

Questo prodotto di nicchia, in ogni caso, potrebbe costituire il valore aggiunto della laguna di Lesina. La bottarga viene servita per lo più come antipasto, tagliata a fettine sottili, condita con succo di limone e abbinata a vino bianco o anche macinata per condire primi piatti. La bottarga di cefalo ha consistenza compatta, forma rettangolare, colore ambrato e odore pungente.

Pampanella

Piatto di carne tipico dell’Alto Tavoliere, in particolare di Serracapriola e Chieuti con chiari origini arbёreshё. E’ preparata con capocollo, ventresca e bistecche di maiale speziata con peperoncino, aglio, alloro, pepe a grani. Dopo una lenta cottura in forno, si presenta di un rosso vivo, è molto morbida e ha un gusto piccante.
Nel passato veniva prodotta in casa e consumata nel ristretto ambito familiare, poi si iniziò a commercializzarla e a venderla nelle feste e sagre paesane della zona dove è molto richiesta. Al momento sono diversi i produttori e venditori di questa rinomato prodotto.



 

Melone pane di Apricena

Produzione ortiva tipica del territorio ove si contano numerosi produttori. Il “melone pane” di Apricena è molto conosciuto sin dall’antichità  e rinomato per i suoi sapori particolari tant’è che numerose testimonianze letterarie lo danno protagonista anche sulla tavola dell’imperatore di Federico II insieme alle anguille di Lesina.
Negli ultimi anni, la produzione è in calo per la grande concorrenza del mercato di settore. L’Amministrazione Comunale sta studiano ipotesi di valorizzazione e promozione.

 

 

Mirinello

Il “mirinello” è un liquore tipico della zona di Torremaggiore che rientra a pieno titolo nella cultura e nella tradizione alimentare locale, ragion per cui rappresenta una ricetta da tutelare, valorizzare e promuovere.
La produzione di questo prodotto ha origini antichissime; lo stesso si ottiene dalla macerazione di piccole ciliegie selvatiche dette “drupe”, che crescono in rovi, in alcool etilico puro.  Il processo di macerazione dura 30 – 40 giorni, trascorso questo periodo, il prodotto viene filtrato e viene separato l’alcool dalla “drupe”; a parte viene preparato uno sciroppo con acqua e zucchero e poi viene mescolato all’alcool filtrato che ha assunto un colore “rosso porporinino”. A questo punto il prodotto viene imbottigliato e dopo qualche settimana, può essere degustato.Può essere usato sia come digestivo, alla fine dei pasti, che come liquore in abbinamento con dolci da forno a base di cioccolato, semifreddi e biscotti da dessert.. La sua commercializzazione è limitata a causa dei costi abbastanza elevati

 

 

 

I Tratturi

Come si è già accennato nel precedente paragrafo, i tratturi rappresentano uno degli elementi caratterizzanti del patrimonio rurale dell'Alto Tavoliere. Essi sono beni cd. detti “lineari”, in quanto sono costituiti dai tratti della viabilità di età romana (tra il I secolo a.C. e l’età imperiale) che oltre a condurre verso gli antichi insediamenti come “Plantilianum”,“Fiorentino”, “Dragonara”, “Dragonarella” ed “Herdonia” avevano in passato una notevole funzione poiché rappresentavano le vie d’erba di transumanza in cui i “pastori abruzzesi e molisani” trasferivano le greggi per il pascolo durante il periodo invernale ma anche una strada per collegare i pascoli del Tavoliere ai monti del Subappennino.  Vere e proprie “vie erbose” percorse da uomini e animali per centinaia di chilometri.

Sottoposti a un preciso regime fiscale istituito dagli Aragona nel 1447 con la “Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia”, i tratturi prevedevano il pagamento di un vero e proprio pedaggio e il periodico controllo dei limiti spessa invasi dai proprietari dei terreni confinanti. Tracciati che, col passare del tempo, si sono conformate all’orografia dei luoghi diventando anche un veicolo impressionane per la trasmissione di culture e tradizioni, anche popolari.

Antica l’origine della transumanza. La pastorizia nomade era già esercitata dai Sanniti, la pratica fu poi regolata dai Romani quando l terre non coltivate furono destinate al pascolo previo pagamento di una speciale tassa per ogni capo di bestiame così come ricordato nel “De Rustica” di M. Terrenzio Varrone (116-27 a.C.), un’opera dialogica di tipo didascalico che affronta il tema dell’agricoltura in tutte le sue implicazioni. (Oggi i tratturi sono andati perduti, i loro tracciati cancellai dall’oblio del tempo e dall’insensibilità dell’uomo. Nei pressi di San Paolo, ci sono ancora i resti di una targa affissa a una masseria on i costi del dazio da pagare per ogni singolo ovino che transitasse lungo la “Regia Dogana della Mena delle Pecore”. La soppressione della Reale Dogana avvenne il 21 maggio 1806. Ma non scomparvero le abitudini dei pastori: qualcuno di essi raggiunge ancora il Tavoliere. Non usa più i tratturi, ora le greggi le trasferisce con i tir.

Scomparsa la “transumanza”, l’Alto Tavoliere si convertì alle coltivazioni di viti, olivi e cereali. Non andarono perdute abitudini e ricette ei pastori abruzzesi. L’arte dei casari,ereditata dai pastori nomadi, è stata ben assimilata dagli allevatori locali. In questa zona i producono formaggi a pasta fresca e dura molto apprezzati sul mercato, come il “cacioricotta”, il “primo sale”, la ricotta, il caciocavallo, il pecorino dauno o canestrato pugliese ma anche mozzarelle di bufala e trecce

Le Masserie

Le masserie sono un elemento di vitale importanza nel paesaggio rurale dell’Alto Tavoliere. Essendo l'Alto Tavoliere un territorio di transumanza, erano di fondamentale importanza per i pastori che vi portavano le greggi seguendo i tratturi, per offrire ristoro in cambio di dazi a sovrani e signorotti locali. Queste masserie non erano nient'altro che aziende cerealicole (masseria di campo) o cerealicolo-pastorale (masseria di pecore o posta di pecore) a carattere estensivo, che abbracciavano una superficie che andava dai 100 ai 200 ettari.

Storica “masseria di pecora” è “Torre dei Giunchi” nelle campagne di San Severo lungo la strada per Apricena. E’ una tipica costruzione di residenza e di lavoro insieme funzionale alla gestione di un territorio agricolo. E’ il quartier generale per organizzare la coltivazione, la raccolta, la trasformazione dei prodotti della terra e l’allevamento del bestiame.

Figura importante nella conduzione di queste aziende era il “massaro” che trae le sue origini dalle poca federiciana quando i magistri massararium venivano nominati direttamente dal Clero o dall’Imperatore. Normalmente la masseria presenta forme e dimensioni diverse in quanto oltre che ad eleganti casolari, spesso hanno le sembianze di piccoli castelli o fortezze dovendosi difendere da attacchi di malviventi. Semplice il modello architettonico: oltre alla casa padronale normalmente a due piani, al piano terra si trovano i locali adibiti a ricovero dei lavoratori, al deposito attrezzi e le stalle. Nella struttura è ubicata anche uno spazio per il ricovero (“scaraiazze”) degli ovini e un fabbricato per la lavorazione e produzione di prodotti caseari (“casone”). E poi la cappella, l’aia e le fosse per conservare il grano.

Nelle zone a produzione olivicola come San Severo e San Paolo sono diffusi i “casini” che, pur avendo le stesse peculiarità delle masserie, presentano diversità nelle dimensioni con anche dieci locali e balconi sulla falsariga delle costruzioni di città.

E nel “granaio d’Italia” insistono costruzioni come la “masseria Mollica”, a ridosso della provinciale per Lucera, anch’essa contraddistinta da garitte a cupola sospese sul taglio netto.

Da non dimenticare la masseria-abbazia di Santa Maria di Ripalta, in territorio di Serracapriola. Posseduta dai Cistercensi nel ‘200  dopo il primo insediamento dei Benedettini alle Tremiti, denota una chiesa con portali gotici e rosoni nascosti fra il verde , il bel palazzo con i segni di una nobiltà decaduta.

Se il fondo veniva dato in fitto, il proprietario si riservava l’utilizzo del piano superiore lasciando il resto della struttura alle famiglie di contadini.

La Cucina tipica

Espressione del patrimonio rurale è senz'altro la cucina tipica fortemente legata alla realtà agricola del territorio, che ne esalta le materie prime in maniera semplice, naturale e genuina.

La cucina è sempre stata considerata come un anello di congiunzione tra epoche e zone diverse, tra la realtà e il ricordo di tempi passati. Quella tipica della città di San Severo è molto legata alla tradizione e alla storia contadina. I piatti tipici si basano su ricette povere, naturali, provenienti dal mondo contadino e sapientemente tramandate nei secoli. E’ una cucina definita terragna perché ha origine da sapori e profumi della terra, come l’olio ottenuto dalla specie autoctona “peranzana.

PancottoSecoli fa, dalla spigolatura del grano, i contadini si procuravano una scorta di farina da cui si otteneva una pasta speciale ideale per le saporite “orecchiette”, i lintorci, i troccoli o i cicatelli. Piatti poveri erano il “pancotto, preparato con pane raffermo ed erbe miste selvatiche, e la zuppetta, tipicamente natalizia.Le ricette sono preparate utilizzando Zuppettaanche erbe aromatiche quali l’origano, la menta, la rucola e il finocchietto selvatico. Per completare l’offerta culinaria: arrosto misto, i gustosi sott’oli prodotti di produzione propria con le melanzane e la salicornia (a savzoll’), i lampascioni, le pizze, l’acqua e sale (acquasèlë), le saporite bruschette (pèn ‘asckètë) con i deliziosi pomodori locali,frutta di stagione, le confetture ma anche dolci con in vetrina nevole, scarole, cavicioni e peperati il tutto innaffiato con il buon vino locale.Lampascioni

Per quanto riguarda il formaggio locale, esso è prodotto mediante tecniche di lavorazione di derivazione abruzzese che portarono alla nascita del DOP, il “Canestrato Pugliese” (o Pecorino Dauno), del caciocavallo, delle saporite mozzarelle di bufala o della treccia.

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